Schweizerischer Altphilologenverband
Association Suisse des Philologues Classiques
Associazione Svizzera dei Filologi Classici
 

Bulletin 62/2003

Inhalt

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Lector benevole

Redaktionsarbeit macht Freude, wenn sich Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter finden lassen, die interessante Artikel liefern, diese rechtzeitig abgeben und sie in eine Form gebracht haben, die zusätzliche Arbeit erspart. Dass alle diese Kriterien bei der Entstehung des Bulletins 62 erfüllt wurden, kann ich mit grossem Dank vermerken.

Der Hauptartikel ist diesmal in italienischer Sprache geschrieben und bezeugt die landesweite Bedeutung unseres Verbandes und des Bulletins. Die Überlegungen von Frau Gemelli, Privatdozentin an der Universität Zürich, dürften vielen von uns neue Gesichtspunkte der griechischen Philosophie vermitteln, da wir alle ein wenig von der idealisierenden Sicht des Philosophierens, das das Ziel in sich selber hat, träumen; hier werden wir auf eine andere Spur geführt, die auch griechisch ist. Unter den Anzeigen ist jene der Generalversammlung vom 7. November hervorzuheben, da diese Veranstaltung jedes Jahr einer interessierten Gruppe von Mitgliedern Gelegenheit bietet, sich wieder zu sehen und über vetera und nova zu unterhalten. Als Verstorbene werden dieses Mal gerade zwei bedeutende Vertreter der Schweizerischen Klassischen Philologie gewürdigt, Wolfgang Kastner und André Labhardt. Dass Latein und Griechisch nicht nur am Rande sondern an vorderster Front im modernen Bildungsmarkt vorhanden ist und entsprechend wahrgenommen wird, bezeugen Anzeigen zu EducETH und zum Latinum Electronicum, das unter Führung unseres Kollegen Rudolf Wachter realisiert wird. Einen Einblick in das bedrückende Kapitel des im 20. Jahrhundert auf den Höhepunkt getriebenen Judenhasses bietet ein Hinweis auf Plagiarius Ludwig Reiners, dessen Stilkunst ältere Mitglieder unseres Verbandes wohl auch benutzt haben. Ein erfreulicher Anlass war das über Erwarten gut besuchte Treffen von Griechischschülerinnen und -schülern in Einsiedeln, das die Aussicht geweckt hat, in zwei, drei Jahren wieder etwas Ähnliches verwirklichen zu können. Interesse wird sicher auch der Hinweis auf die Weiterbildungsveranstaltung 2004 finden, die sich mit Religion in der Antike befassen wird.

Die Besprechungen von und Hinweise auf Bücher sind dieses Mal besonders zahlreich und vielfältig. Jede Anzeige eines guten Buches weckt die Leselust. Möge in den Leserinnen und Lesern dieses Bulletins nicht nur von neuem die Lust auf Lesen aufsteigen; mögen sie vielmehr auch immer wieder Zeit finden, dieser Lust, die für uns Liebhaber des Wortes lebenswichtig ist, in Stunden der Musse nachzugehen "ad refocillandas animas"!

Alois Kurmann
 

Thematischer Artikel

L'altra faccia del filosofo: filosofia, mistica, magia nel mondo antico

Tutti abbiamo un'idea di che cosa debba essere un filosofo. Ce l'ha insegnato Aristotele delineandone una volta per tutte la fisionomia in un famoso passo del primo libro della Metafisica (982b11ss.): il filosofo è uno che si meraviglia e che per questo si pone domande cominciando dai fenomeni fino alle questioni più teoriche. Nella sua forma più compiuta qualcuno che, libero dalle preoccupazioni della vita pratica, insegue il sapere fine a se stesso. La filosofia è la più libera delle scienze proprio per questo, perché esiste solo in funzione di se stessa. Aristotele teorizza un ideale di filosofo contemplativo, dedito alla pura speculazione che ha le sue radici nell'immagine del "filosofo della natura", del meteorologos, come veniva definito allora, dell'ultimo quarto del 5. sec. a. C. Si tratta di uno stereotipo che ha le sue ragioni storiche nell'atmosfera ateniese di questo periodo e che si attaglia in particolare a figure come quella di Anassagora, ma non si estende al di là di questi confini. La discussione su questo punto è complessa e richiederebbe ben più spazio. Qui è importante sottolineare che comunque quella di Aristotele è solo una delle possibili tipologie del "filosofo" antico, ma non è l'unica né prima né dopo Aristotele. Il problema è però che questo stereotipo ha condizionato fino ai giorni nostri l'interpretazione di tutti i "sapienti" pre- e postaristotelici generando immagini bifronti, imbarazzati silenzi, giudizi sprezzanti.

Studio della natura, distacco dalle cose pratiche, sviluppo di teorie razionali sistematiche e coerenti sono le caratteristiche attraverso le quali oggi, sulla scia di Aristotele, si classificano e si giudicano i cosiddetti filosofi e le loro "teorie". Caratteristica di questo atteggiamento è la quasi totale mancanza di attenzione per la biografia (per quanto romanzata) dei personaggi in questione, per il contesto culturale in cui si muovono e per tutti quegli aspetti che non rientrano appunto nell'immagine tradizionale del "filosofo".

In questa visione, che si basa sostanzialmente su dicotomie quali razionale/irrazionale, coerenza/incoerenza, mito/logos, su concezioni evoluzionistiche dello sviluppo del "pensiero" e sul mito classicistico di una Grecia "apollinea", culla della razionalità, viene accuratamente emarginato tutto ciò che non rientra nei ranghi. Mistica e magia sono parole che nessuno storico della filosofia antica pronuncia senza imbarazzo e, se lo fa, è per negarle o per ridurne la portata: il personaggio sospettato di essere un mistico o un mago o ambedue è automaticamente poco attendibile, non è un essere razionale e coerente e non avrebbe potuto assumere un ruolo così importante al suo tempo e nella tradizione filosofica antica. Eppure non è così. Le dicotomie e le nette separazioni non sono validi criteri per comprendere tutti i testi, in particolare quelli dei cosiddetti Presocratici le cui opere e i cui fini sono spesso diversi dalla semplice elaborazione "scientifica" di una teoria. Per alcuni di essi è il contatto e il rapporto col divino il centro del loro operare con tutto ciò che ne consegue.

Il mondo antico, da Pitagora in poi, è costellato di questi personaggi "globali", carismatici, disturbanti. Pitagora è rappresentato dalla tradizione più antica fino ad Aristotele e ai primi Peripatetici, oltre che come un polymathes (un sapiente a tutto campo), proprio come un carismatico capace di profetizzare, guarire, compiere miracoli e viaggi estatici nell'al di là. Le divinità cui egli è correlato sono l'Apollo Iperboreo, di cui viene considerato una reincarnazione, e Demetra, una della dee ctonie per eccellenza nella Magna Grecia dove egli trascorre la maggior parte della sua vita. La sua casa a Crotone diventa un tempio della dea. Pitagora non è il filosofo speculativo aristotelico, ma un sophós profondamente radicato nella pratica che opera attivamente nei luoghi in cui vive, affascina con le sue parole e con le sue azioni, fa proseliti, crea un sistema di vita regolato da strettissimi e minutissimi rituali, acquista con i suoi seguaci un enorme peso politico. Il suo protagonismo è visto con sospetto già da Eraclito che lo definisce "il capostipite degli impostori" (DK 22 B 81). Pitagora, dal 5. sec. a. C. fino alla tarda antichità rimane un modello. Altri sophoí seguono la sua strada, ma, dato che anch'essi devono rientrare nella categoria del "filosofo", le loro personalità hanno creato non pochi problemi agli interpreti. I più problematici fra questi personaggi sono senz'altro Parmenide ed Empedocle. Il primo è descritto come il fondatore della logica, il secondo è il filosofo della natura per eccellenza. Il fatto è però che queste rassicuranti rappresentazioni pongono dei problemi interpretativi notevoli non appena si viene a contatto diretto con quello che rimane dei loro testi. I frammenti parmenidei, a dispetto della loro apparente struttura logica, sono sintatticamente e semanticamente fra i testi più enigmatici dell'antichità: per la costruzione di un verso come il fr. 28 DK B 6,1 si danno almeno 4 diverse possibilità. E non è l'unico. Inoltre, fatto ancora più sconcertante, nonostante tutta la prima parte del poema sia centrata sulla terza persona del verbo essere, "ésti", il soggetto del verbo stesso, la cosa cioè di cui si parla tanto diffusamente, rimane assolutamente misterioso. Fiumi di parole sono stati scritti per identificarlo. Non si può certamente affermare che il padre della logica brilli per chiarezza. La sua lingua fa piuttosto pensare ai testi oracolari o agli enigmi. E la ragione c'è: non è Parmenide a parlare, ma una dea che gli rivela la verità e lo istruisce nel contempo anche sulle false opinioni dei mortali. Per questo Parmenide scrive in esametri, perché la poesia è la forma espressiva della rivelazione divina. Il testo parmenideo non è quindi un trattato di logica, ma un testo esoterico con tutto il peso di sottintesi, di trappole e di ambiguità che questo comporta. Come il signore di Delfi (Heraclit. DK 22 B 93), la dea di Parmenide oúte légei oúte krúptei allà semaínei. Come sia arrivato a questa dea Parmenide lo illustra in un proemio strano e problematico come la sua lingua. Tanto è vero che è stato conservato per caso proprio perché non corrisponde in nulla all'idea del filosofo tramandataci già dall'antichità. Parmenide narra come sia stato trasportato su un carro tirato da cavalle intelligenti e lanciato ad una folle velocità al di là delle porte custodite da Dike Polypoinos, la garante dell'ordine universale, le porte delle vie del giorno e della notte, in sostanza i limiti dell'universo. Il carro non è guidato da lui, ma dalle Eliadi, le figlie del sole che, emerse dalle tenebre e toltesi con un gesto eloquente il velo davanti a lui, lo hanno condotto con mano sicura, persuadendo Dike con "dolci parole" al di là delle porte, nel chásm' achanés, il tartaro esiodeo, fino alle dimore della Dea. Parmenide non pronuncia il nome di questa Dea, ma nella Magna Grecia non ce n'era bisogno: he theós o he theá è nelle iscrizioni Persefone, la regina dei morti. E' lei che accoglie benevolmente l'iniziato che arriva nelle sue dimore da vivo come già aveva fatto con l'eroe-tipo, Eracle: "salve, poiché non una mala sorte (moîra kaké, la morte) ti ha spinto a percorrere questa via (essa si trova fuori dal cammino usuale degli uomini), ma Themis e Dike" (DK 28 B 1,26-28). La Dea gli rivela la verità e lo istruisce sulle opinioni dei mortali, in sostanza sulla scienza della natura. Il Proemio, nonostante tutti i tentativi di interpretazione allegorica e metaforica, che qui non è possibile discutere, è dunque il resoconto di un viaggio estatico nell'al di là. I particolari acustici e ottici (i suoni acuti, il movimento vorticoso, le luci, l'abisso), le divinità che irrompono improvvisamente sulla scena rimandano ad uno scenario iniziatico. Significativamente le interpretazioni filosofiche dall'antichità ad oggi non hanno fatto parola del proemio che si è salvato solo perché un commentatore tardo (probabilmente Posidonio di Apamea), la fonte di Sesto Empirico, è riuscito in qualche modo a razionalizzarlo attraverso un'interpretazione allegorica: esso descriverebbe il percorso dal mondo dei sensi e degli impulsi irrazionali alla luce della filosofia per mezzo del Logos, il solo criterio di verità. Il fatto è che, nonostante i tentativi degli interpreti moderni per salvare questa rappresentazione e con essa la rispettabilità di Parmenide come filosofo, il viaggio procede esattamente in senso opposto, dalla luce alle tenebre. Ma il proemio non è un elemento avulso dal resto del poema, neppure dalla cosiddetta parte logica nella quale la dea espone al suo protetto la verità sull'essere. Una delle caratteristiche di questa parte è infatti la ripetitività e la monotonia cantilenante (e.g. DK 28 B 8,29-30 tautón t'en tautôi te ménon kath' heautó te keîtai / choútos émpedos aûthi ménei) che sono sempre state interpretate come indice di cattiva poesia. Ma Parmenide non è un cattivo poeta e il suo stile ripetitivo ha un ben preciso scopo, quello di indurre uno stato di semiletargia, di assoluta immobilità, di incatenare la mente, di impedirle di vagare fra l'essere e il non essere come generalmente fa il plaktós nóos degli uomini descritto nel fr. DK 28 B 6,9 che, senza sapersi decidere, si costruisce una falsa via di ricerca una via che "ritorna su se stessa" (palíntropos). Allo stesso modo la cosiddetta logica (che ruota sostanzialmente e ripetitivamente anch'essa su un unico principio, che l'essere è, il non essere non è) non è un fine, ma un mezzo che tende allo stesso scopo, quello di incatenare la mente, per impedirle di allontanarsi dal suo reale oggetto, l'essere (e infatti il campo semantico dei legami e delle catene è incredibilmente frequente nell'Aletheia e procede di pari passo con le "dimostrazioni" della Dea). In poche parole lo scopo della Dea non è quello di insegnare la logica, ma di indurre un'"esperienza" mistica che apre le porte a tutto il resto. E' chiaro che in questa sede è impossibile fornire dimostrazioni dettagliate, ma i "segni" forniti dalla Dea "sono molti". Se si abbandona la prospettiva del Parmenide filosofo e logico si comprendono anche altri aspetti di Parmenide lasciati in ombra dalla tradizione filosofica o emersi solo recentemente. Speusippo, il nipote e successore di Platone alla guida dell'Accademia informava che Parmenide aveva dato leggi alla sua città (Diog. Laert 9,23). Nella tradizione arcaica i legislatori ricevono spesso le leggi in sogno dalla divinità: Zaleuco (7 sec. a. C.), il legislatore di Locri le aveva ricevute da Atena. Inoltre a Velia, ancora al tempo di Adriano, Parmenide era considerato l'eroe fondatore di un gruppo di medici-indovini, gli Uliadi, che probabilmente praticavano l'incubazione terapeutica nell'ambito del culto di Apollo-Ulios (Apollo che guarisce). Negli anni '50 e '60 una serie di iscrizioni alla base di statue e di erme nelle quali il suo nome con la denominazione di Uliades e Physikos compare fra quelli degli altri Uliadai, medici e phólarchoi, ha messo in luce quest'altro aspetto del "filosofo" Parmenide. La denominazione phólarchos "signore della tana (pholeós)" rimanda a pratiche di incubazione rituale: il verbo pholeúein, il termine tecnico per il letargo degli animali, indica già in Aristotele (fr. 43 Rose) anche lo stato di catalessi. Questo contesto rimanda l'immagine non di un filosofo speculativo, ma di un personaggio operativo che traduce nella pratica l' esperienza mistica.

Il caso più sconcertante dall'antichità ad oggi è tuttavia quello di Empedocle. Empedocle è piuttosto esplicito riguardo a se stesso e ai suoi scopi. Nell'indirizzo agli Agrigentini all'inizio dei Katharmoi (31 DK B 112) si descrive come un guaritore-indovino itinerante cui vengono richiesti oracoli, previsioni e guarigione dai mali, ma non è tutto. Egli si definisce in primo luogo "un dio immortale non più mortale" cui vengono tributati onori "come gli si conviene". Questo tipo di autorappresentazione ha suscitato scandalo già nel mondo antico, tant'è vero che la versione integrale del frammento non è stata trasmessa da filosofi, ma unicamente dal biografo Diogene Laerzio che l'ha tratta dallo storico siculo Timeo di Tauromenio (4.-3. sec. a. C.). Timeo, citando i versi incriminati, si affrettava a rassicurare che Empedocle era un ciarlatano solo nei poemi, nella realtà era un uomo schivo e democratico.

Ancora più scandaloso e imbarazzante è però l'altro frammento, il 31 DK B 111, dal "Poema fisico", il monumento della filosofia della natura per eccellenza secondo gli interpreti. Qui Empedocle è ancora più esplicito. Egli promette all'allievo, e solo a lui (moúnoi soí), di istruirlo nelle arti tipiche del mago: Pausania non solo conoscerà i rimedi per i mali e la vecchiaia, ma saprà come suscitare i venti o farli cessare secondo il suo volere, come produrre la siccità e la pioggia e come riportare alla vita i morti dall'Ade. Anche il B 111 è scomparso dalla tradizione filosofica antica. Simplicio stesso, che conosce Empedocle di prima mano e ne cita la maggior parte dei frammenti, non ne fa parola. Anche di questo frammento siamo debitori al modestissimo Diogene Laerzio che lo copia diligentemente dalla sua fonte, il biografo ellenistico Satiro (2 sec. a. C.). Costui lo citava per corroborare una tradizione antica risalente al sofista Gorgia, allievo di Empedocle, che dipingeva quest'ultimo come un medico e un góes, un mago. Gorgia affermava infatti di aver assistito personalmente alle sue "performances". Anche questo frammento ha creato imbarazzo negli interpreti moderni. Diels lo interpretava come una metafora letteraria, una promessa all'allievo di illustrargli, come un moderno scienziato, le leggi della natura che permettono poi di controllarla, e relegava il frammento, invece che all'inizio del poema, insieme agli altri frammenti programmatici, alla fine del Perì phúseos. Sul carattere letterario di tutte le affermazioni empedoclee disturbanti hanno insistito gli interpreti che non vogliono staccarsi dallo stereotipo del filosofo.

In realtà Empedocle si proclama un dio anche nel "Poema fisico" (DK 31 B 23,11) che non è un semplice trattato Perì phúseos, ma un vero e proprio testo esoterico rivolto ad un allievo e redatto nello stile enigmatico tipico di questo genere di testi. Lo stesso Aristotele (Rhet. 1407a 35 = DK 31 A 25) riconosceva questo tratto del poema empedocleo e lo condannava proprio in ossequio alla sua definizione del filosofo: Empedocle non si esprime chiaramente, ma scrive in poesia e parla per circonlocuzioni come coloro che non hanno nulla da dire, ma pretendono comunque di parlare. Gli ascoltatori si trovano nella situazione di chi consulta gli indovini: quando questi proferiscono i loro responsi ambigui, non capiscono, ma comunque approvano. Quando egli interpreta i testi empedoclei, dunque, cerca di evincerne la dianoia, il significato reale, al di là di quello che "va balbettando" Empedocle (Metaph. 985a 4). E questa è ancora oggi, salvo rare eccezioni fatte oggetto di critiche, la "regola d'oro" per gli interpreti. In realtà, se si getta un'occhiata al trattato ippocratico De morbo sacro (cap. 1) e alla caratterizzazione che il medico ippocratico fa in negativo dei guaritori itineranti che egli definisce magoi e ciarlatani (alazónes), troviamo con qualche scarto nei dettagli il parallelo della figura di Empedocle: costoro non solo guariscono attraverso purificazioni e riti di un certo tipo, ma si vantano di sapere di più, di avere un particolare rapporto con gli dèi, di poter tirar giù la luna, di suscitare i venti, le piogge, la siccità quando loro lo vogliono, di rendere il mare impraticabile e la terra infeconda. Mutatis mutandis sono le promesse che Empedocle fa al suo allievo.

Se si accetta di credere a quello che Empedocle dice di sé e a quello che la tradizione epicorica sicula più antica racconta sui suoi miracoli e non si sovrappongono degli stereotipi fissi di filosofo, anche i suoi poemi possono essere visti da un'altra prospettiva più globale e più aderente al contesto culturale in cui opera.

Non c'è da spaventarsi né da stupirsi del fatto che figure come Parmenide ed Empedocle abbiano fondato la scienza della natura e trattato diffusamente di cosmologia, biologia e di ogni campo del sapere dell'epoca. Per la divinità che lo istruisce Parmenide deve conoscere anche le opinioni degli uomini non basate su una conoscenza vera, in quanto anche in questo nessuno deve "sorpassarlo" (parelaúnein che la divinità usa in B 8,61 è un vocabolo tecnico nella corsa dei carri): l'autorità è il presupposto per poter comunicare anche altri messaggi. La verità sta però nell'esperienza globale dell'essere, del divino. Per Empedocle la conoscenza della natura non è fine a se stessa, è un mezzo per arrivare a quel rapporto particolare col divino che anche i guaritori descritti nel De morbo sacro ippocratico rivendicano e per innalzarsi allo statuto divino. Non bisogna dimenticare che le radici di tutte le cose in Empedocle non sono semplici elementi materiali, ma divinità: Zeus, Era, Ade e Nesti (Persefone) come anche le due forze di unione e di separazione, Philia/Afrodite, la dea dell'amore e del sesso che unisce e lega, fondamentale nella magia erotica, e Neikos, la divinità della separazione e della dissoluzione.

L'esperienza mistica, il contatto col divino che conferiscono una particolare sapienza e particolari capacità non sono tratti tipici unicamente del sophós arcaico, ma caratterizzano altri "filosofi" lungo tutto il corso della filosofia antica. Mi limiterò qui a citare un solo esempio, quello del "divino Giamblico" (4. sec. d. C.) come lo chiamano i commentatori aristotelici, il filosofo neoplatonico autore non solo della Vita di Pitagora e di opere sulla matematica, ma anche di dottissimi commenti ad opere aristoteliche quali le "Categorie". Ebbene Giamblico è un teurgo, un personaggio che "conosce" i segni della divinità ed è quindi in grado di evocarla attraverso riti e oggetti simbolici. I confini fra teurgia e magia sono, dal punto di vista degli effetti, più teorici che pratici in quanto il teurgo è in grado di provocare fenomeni paranormali (fenomeni medianici, apparizione di spiriti, apparizioni di luci, fenomeni di levitazione), ma anche di agire sulla natura, di provocare la pioggia o placare tempeste. La differenza fondamentale sta però nel fatto che, come spiega Giamblico nel trattato "Sui misteri d'Egitto", scritto in risposta alle questioni di Porfirio nella "Lettera ad Anebo", il teurgo, a differenza del mago, non fa nulla, non costringe gli dèi, si limita a riconoscerne i "segni" (oggetti e rituali) e a lasciarli agire. E' la divinità in realtà ad operare. Il De mysteriis Aegyptiis è una difesa lucida, minuziosa e appassionata di queste pratiche e del loro valore come mezzo di unione col divino. Affascinante è ad esempio l'analisi dettagliata dei vari gradi del sonno divinatorio nel quale si produce il contatto col divino (3,2), dei fenomeni di estasi e di fachirismo (3,4), dei fenomeni medianici provocati dal teurgo stesso (3,6). Giamblico nega recisamente che si possa raggiungere il contatto col divino attraverso un atto di pensiero: altrimenti che cosa impedirebbe anche a quelli che fanno della speculazione filosofica (toùs theoretikôs philosophoûntas) di arrivare all'unione teurgica con gli dèi? (De myst. 2,11). E' il compimento di riti ineffabili e il potere dei simboli intesi solo dagli dèi a compiere questa unione. Giamblico non è un caso isolato fra i Neoplatonici. Proclo (5. sec. d. C.), a detta del suo allievo Marino (Vita Procli 26,28), era stato istruito nella teurgia dalla figlia di un famoso teurgo ed era uno specialista nel provocare la pioggia.

Se si rovescia dunque la rigida prospettiva aristotelica e si esaminano gli aspetti sistematicamente rimossi dei singoli "filosofi", l'orizzonte ermeneutico si apre su un terreno sicuramente meno solido e rassicurante, ma forse altrettanto fertile.

M. Laura Gemelli Marciano
 

Anzeigen und Mitteilungen

Jahresversammlung des Schweizerischen Altphilologenverbandes
Assemblée annuelle de l'Association suisse des philologues classiques
Assemblea annuale dell'Associazione svizzera dei filologi classici

Care colleghe e cari colleghi,

a nome del nostro comitato vi invito cordialmente all'Assemblea annuale che si svolgerà

venerdì 7 novembre 2003 a Frauenfeld

con il seguente programma:

14.15 Assemblea generale alla Kantonsschule Frauenfeld (per l'aula, seguire le indicazioni sul posto)
Ordine del giorno
  1. Verbale dell'Assemblea generale dell'8 novembre 2002 a Baden (vedi "Bollettino" 61)
  2. Relazione del presidente
  3. Relazione del cassiere e rapporto dei revisori dei conti
  4. Elezione suppletiva di un delegato
  5. Proposte del comitato e dei soci
  6. Varie
15.30
  • Visita del Museum für Archäologie di Frauenfeld (Freie Strasse 26) guidata dal Dr. Urs Leuzinger;
oppure
  • Presentazione del progetto "Der Thurgauer Inkunabelkatalog" (relatori: Heinz Bothien MA e Dr. Marianne Luginbühl) presso la Kantonsbibliothek Frauenfeld (Promenadenstrasse 12).
Im Anschluss an die Generalversammlung teilen wir uns in zwei möglichst gleich grosse Gruppen auf für den Besuch des Museums für Archäologie, bzw. der Kantonsbibliothek - das Platzangebot ist für beide Veranstaltungen beschränkt. Eine Voranmeldung ist nicht erforderlich.
17.30 Aperitivo e cena sociale a Frauenfeld presso il ristorante "Zum goldenen Kreuz".

Bitte sich beim Präsidenten anmelden (bis Ende Oktober):
schriftlich mit Talon / e-mail (a_jahn@bluewin.ch) / Tel. (091 / 966 45 57).

Nella speranza di incontrarci in buon numero, invio i più cordiali saluti.

Andrea Jahn, presidente

Abschied von Wolfgang Kastner

Mit Wolfgang Kastner ist eine in jeder Beziehung überragende Lehrerpersönlichkeit an der Kantonsschule Rychenberg (Winterthur) verstorben. Er wurde 1939 in Schlesien geboren. Nachdem sein Vater in russischer Kriegsgefangenschaft verschollen war, kam er mit seiner Mutter, die Schweizerin war, nach Winterthur. Nach einer Jugend in engen Verhältnissen studierte er an der Universität Zürich Griechisch, Latein und Indogermanistik. Damals genoss die Zürcher Indogermanistik mit Manu Leumann und Ernst Risch Weltruf. Der hoch begabte Student nahm die vielfältigen Anregungen begierig auf und erwarb sich solide Kenntnisse nicht nur in Griechisch und Latein, sondern auch in anderen alten indogermanischen Sprachen. Mit einer brillanten Dissertation "Die griechischen Adjektive zweier Endungen auf -OS" (Heidelberg 1967) , die noch heute ein Standardwerk ist, schloss er seine Studien ab.

Im Herbst 1962 kam er an das Gymnasium Winterthur, zunächst als Hilfslehrer für ein kleines Pensum in Latein. Er war kein Lerntechniker und kein Sozialarbeiter, sondern ein Lehrer im wahren Sinn des Wortes. Er war begeistert von der Sache, die er vermitteln durfte, duldete keine Halbheiten und hatte seine Schüler gern. Er nahm sehr wohl wahr, wie sich die Welt um ihn veränderte, und passte seinen Unterricht immer wieder den neuen Gegebenheiten an. Seine Interessen waren weit gespannt. Er liebte es, kleine Theaterstücke zu erfinden und zu inszenieren und las auch gern moderne Literatur. Seine besondere Liebe galt den antiken Münzen, zu denen er seit einer Aushilfsstelle am Winterthurer Münzkabinett eine enge Beziehung hatte. Daneben publizierte er wissenschaftliche Arbeiten, von denen die folgenden mir bekannt sind: apaté (Museum Helveticum 34, 1977, 199-202). éschatos - énkata (Museum Helveticum 46, 1989, 9-14), "Phanes" oder "Phano"? (Schweiz. Numismatische Rundschau 65, 1986, 5ff.). Sein Büchlein "Sprachgeschichtliche Erläuterungen zur Griechischen Grammatik" (Frankfurt a.M. 1988) gehört in die Handbibliothek jedes Griechischlehrers. An der Universität gab er griechische Sprach- und Stilübungen. An der Schule durften viele Kollegen von seinem umfassenden Wissen profitieren, jede Arroganz war ihm fremd. Er war von jener Vornehmheit, die von innen kommt.

1998 kam die schlimme Kunde, er sei an Krebs erkrankt. Nach Phasen der Erholung verschlimmerte sich sein Zustand zu Beginn dieses Jahres. Bis zum Ende des Wintersemesters hielt er unter Schmerzen durch. Bald darauf, am 23. März, ist er gestorben. Bei allen, die ihn gekannt haben, mischt sich unter die Trauer auch Dankbarkeit dafür, dass sie diesem Menschen begegnen durften.

Heinz Schmitz

(Eine gekürzte Fassung dieses Nachrufs erschien in der Winterthurer Tageszeitung "Der Landbote" vom 02.04.2003)

In memoriam André Labhardt (1911-2003)

Quelques jours après la Pentecôte s'est déroulé à Neuchâtel le culte d'adieu à André Labhardt parvenu au terme d'une longue et riche vie d'humaniste couronnée de vingt-cinq ans de retraite studieuse.

André Labhardt était né en hiver 1911 à La Chaux-de-Fonds, ville qu'il a quittée, sa maturité en poche, pour accomplir ses études à Neuchâtel, entamant dès après sa licence un doctorat, obtenu en 1936, consacré aux gloses de Reichenau. C'est à cette époque-là aussi qu'il a contribué pendant plusieurs années au Thesaurus Linguae Latinae, faisant l'expérience d'une Munich d'avant-guerre dont le souvenir affleurait parfois dans ses cours et séminaires.

De retour en Suisse, André Labhardt a d'abord enseigné le latin et le français à l'Humanistisches Gymnasium de Bâle, ville pour laquelle il a gardé sa vie durant une affection particulière, mais dont il a pourtant décliné l'offre, quand, quelques années plus tard, son université lui a proposé la succession du linguiste W. von Wartburg qui venait de décéder. André Labhardt est resté fidèle à l'Université de Neuchâtel dont il a occupé la chaire de latin de 1944 à 1978, continuité interrompue pendant deux ans au début des années cinquante par un séjour à Rome à la tête de l'Institut suisse.

Parallèlement à cette carrière essentiellement neuchâteloise au cours de laquelle il a formé, dans la rigueur et la probité, bon nombre de philologues, André Labhardt s'est acquitté, à plusieurs reprises, de charges importantes, en tant que recteur de l'Université de Neuchâtel d'abord, mais surtout à la tête de commissions et organes de la recherche sur le plan fédéral. C'est à lui qu'on doit le rapport qui porte son nom (1964) et qui a permis la restructuration des universités qui, aujourd'hui, aimeraient bien lui trouver un successeur...

Ses lourds mandats n'entamaient pourtant en rien sa sérénité, sa modestie et sa disponibilité, au point que ses étudiants et assistants n'en auraient guère eu conscience, s'il ne s'était presque excusé une fois ou l'autre d'interrompre un peu abruptement un entretien afin de prendre le train pour Berne, ou s'ils ne s'étaient trouvés nez à nez avec Olivier Reverdin cherchant à retrouver dans l'ombre l'entrée du bureau de son collègue au Conseil suisse de la science, au Fonds national suisse de la recherche scientifique...

Le service à l'université et à ses organes ont occupé une part importante de la carrière d'André Labhardt qui, sur le plan scientifique, s'est consacré aux Pères de l'Église en général et avant tout à saint Augustin qui l'a accompagné fidèlement jusque sur son faire-part de décès. Nombreux sont sans doute en Suisse les latinistes initiés aux Confessions d'Augustin à travers l'opuscule qu'il en a donné aux Editiones Helveticae, " un péché de jeunesse " selon ses propres termes, qui connaîtra plusieurs rééditions (tout comme d'ailleurs son édition du Pro Archia de Cicéron). Ces petits livres destinés à ses étudiants ne doivent pas occulter les autres ouvrages, articles et comptes rendus qui ont ponctué sa carrière, mais peut-être serait-il surpris lui-même de savoir qu'il est cité sur Internet.

Son intérêt pour les Pères de l'Église, phares à la charnière de deux civilisations qui lui tenaient à cœur l'une et l'autre, n'était pas exclusif. Je mesure aujourd'hui et avec le recul, combien le maître Labhardt nous a ouvert de portes sur la latinité en général, de Plaute à Égérie en passant par le Songe de Scipion, Lucrèce, Gaius ou Ammien Marcellin. Et puis, au semestre d'été, les cours de littérature, ou les heures de lecture cursive, qui nous introduisaient à des sujets plus inattendus qu'il voulait nous faire connaître. Et finalement - n'en déplaise à certains - les cours de thème : on y entraînait, dans une émulation partagée, le plus pur style cicéronien...

Son humanitas n'aurait pas été complète si elle s'était bornée aux lettres latines. André Labhardt était aussi musicien, depuis toujours, mais la retraite approchant, il avait acquis pour lui-même un orgue dont " les effets cathédrale " le réjouissaient. Il aimait la nature qu'il parcourait et découvrait avec un plaisir toujours renouvelé : depuis les fenêtres du Séminaire, nous devisions sur l'agnus castus du jardin, ramené de Grèce il y avait longtemps par un collègue, ou au coin du mur, sur l'état du magnolia Du Peyrou. Il s'intéressait aux choses de la politique : dans son bureau, nous commentions les votations fédérales dont il écoutait les résultats à la radio alémanique " parce qu'on les avait avant ", tout en déplorant le rejet du participe tant attendu en fin de phrase... ! André Labhardt était de ces hommes au contact desquels, insensiblement, l'étudiant passe de l'état de collégien à celui d'adulte responsable. Nous lui devons beaucoup.

Neuchâtel, juin 2003
Christine Haller

Latein und Griechisch auf dem grössten Schweizer Bildungsserver

Was die ETH Zürich seit Ende 1995 in grosszügiger Weise den Gymnasien zur Verfügung stellt, hat sich in der Zwischenzeit zum grössten schweizerischen Bildungsserver entwickelt: mit mehr als 1 Million Seitenaufrufen pro Monat! Täglich nutzen rund 10'000 Leute das Angebot: Leitprogramme, Lernaufgaben, Hintergrundsinformationen, Lernprogramme usw.

Unter dem Namen "EducETH" besteht für alle Fächer die Möglichkeit, auf dem Server einen facheigenen Bereich (für fachliche Materialien und Diskussionsthemen, Unterrichtsfragen etc.) aufzubauen; die ETH gewährleistet auch die technische Beratung und den technischen Unterhalt - und dies alles gratis. Die einzelnen Fächer müssen "nur" die fertig vorbereiteten Inhalte liefern, sie sind auch allein verantwortlich für die fachliche Qualität und die Präsentation. Zuständig sind jeweils sog. Fachmasters, im Bereich der Alten Sprachen die beiden Unterzeichnenden.

Vertreten sind Latein, Griechisch, Deutsch, Englisch, Biologie, Physik, Mathematik, Geographie, Informatik (mit ICT-Infrastruktur und Internet) und die bereits berühmte Vulkan-Seite "Stromboli".

Alle Fächer erreichen Sie unter http://www.educeth.ch, die Alten Sprachen auch direkt unter http://www.educeth.ch/altphilo.

In den letzten Monaten haben wir den Teil Latein und Griechisch neu gestaltet und erweitert:

  • Ein neuer und benutzerfreundlicher Einstieg erleichtert Ihnen den Weg.
  • Die beiden Grammatikordner Latein bzw. Griechisch sind technisch und inhaltlich überarbeitet; ausserdem werden alle Paragraphen auch als PDF-Dateien angeboten - damit haben Formatierungs- und Schriftprobleme ein Ende gefunden.
  • Neu haben wir im Teil "Sprachunterricht" auch einen Bereich "Realien" eingerichtet; im Moment finden Sie dort Texte und Bilder zur römischen Schule und zu Pompeji (mit Arbeitsmaterialien, Farbbildern etc.).
  • Unter der lateinischen Lektüre finden Sie neu für Anfänger Texte zum Hexenwahn, für höhere Klassen zwei wichtige Horaz-Gedichte, Ovids lykische Bauern und eine Textauswahl zum Waltharius (alle Texte mit Einleitung, Wörtern, Erläuterungen, evtl. Zusatzmaterialien wie Zweittexten).
  • Für die griechische Lektüre bieten wir neu eine Auswahl aus Lukians Göttergesprächen und eine Auswahl zur frühgriechischen Lyrik an (je mit Einleitung, Texten, Wortangaben, z.T. Übersetzungen, Interpretationsthemen).
  • Die Übersichten zu Lehrmitteln und Software-Angeboten sind erneuert; unter Software finden Sie Angaben zu Textsammlungen auf Internet und CD, Wörter-, Grammatik- und Metriklernprogrammen, Textbearbeitungssoftware. Besonders hingewiesen sei auf interaktive Lernsoftware für SchülerInnen (Wörter, Deklination, Konjugation).
  • Viele weitere Dokumente können ebenfalls im PDF-Format heruntergeladen werden (z.B. die Lernpuzzles zum Ablativ und zum Konjunktiv im Hauptsatz).

Der grosse Vorteil des Internets ist, dass Materialsammlungen wie die unsrige beliebig erweitert werden können. Darum bitten wir Sie herzlich um Ihre Beiträge und um Ihre Ideen zur weiteren Entwicklung des Bereiches "Alte Sprachen" auf EducETH.

Theo Wirth, thwirth@cheironos.ch, Tel.: 01 310 79 45
Lucius Hartmann, lucius.hartmann@kzo.ch, Tel.: 01 361 20 86

Première journée suisse des élèves hellénistes/Griechisch.ch 2003

masque

A l'initiative d'un groupe d'élèves de la Stiftsschule d'Einsiedeln qui, en participant à l'Academia Aestiva d'Euroclassica en 2002, avaient eu l'occasion de côtoyer des camarades venus de tous les horizons européens, sans pour autant connaître leurs homologues zurichois et encore moins genevois, Alois Kurmann et moi-même avons organisé la première rencontre nationale des hellénistes, le samedi 24 mai 2003, dans le cadre prestigieux de l'Abbaye, les locaux étant généreusement mis à notre disposition.

Une centaine d'élèves se sont ainsi retrouvés, sans leurs professeurs, mais par un temps radieux, sous la bannière du grec, à raison d'un bon tiers de romands pour deux tiers d'alémaniques : pas de quoi faire mentir les statistiques fédérales !

Une fois levés aux aurores et parvenus à Einsiedeln, les participants ont eu l'occasion de suivre un exposé dans leur langue. Mme Bernadette Schnyder (dr. phil.) enseignant à Bâle et à Berne a entretenu son auditoire de l'entreprise théâtrale dans l'Athènes du Ve siècle av. J.-C., et le professeur Paul Schubert de l'Université de Neuchâtel a démontré au sien comment les Grecs ont inventé les Perses, sur le plan littéraire, s'entend !

Tout le monde s'est réuni pour le repas avant de participer aux activités communes de l'après-midi. Après quelques exercices de prononciation rythmée, une initiation au port du masque de théâtre a suivi et mis en évidence pour l'auditoire les implications que cela a sur la déclamation et le jeu des acteurs. D'audacieux curieux se sont alors brièvement lancés sur scène pour tenter d'interpréter une situation donnée, pour le plus grand plaisir des spectateurs.

Un diaporama préparé puis commenté par les élèves de l'Academia Aestiva et la déclamation d'un chœur des Perses d'Eschyle, exercée l'année dernière dans l'atelier théâtre qui s'y est tenu, ont clos la journée.

Si les élèves alémaniques connaissent souvent l'Abbaye d'Einsiedeln, il n'en va pas de même des francophones pour lesquels ce déplacement a été l'occasion d'une découverte à la fois géographique et culturelle. L'impression laissée par l'Église et la Bibliothèque, toutes deux brillamment restaurées, est profonde.

La manifestation a été un succès laissant pourtant quelques regrets partagés par les uns et les autres, liés à la barrière des langues, mais surtout au manque de temps : il en aurait fallu davantage pour surmonter les appréhensions linguistiques, ce qui aurait été possible de l'avis même des élèves. On n'a pas eu le loisir de s'apprivoiser les uns les autres. Nous essaierons de faire mieux la prochaine fois !

Christine Haller

Tag des Instituts für Theaterwissenschaft im Kornhaus: Doppelvernissage "Antike Theater und Masken" - "Bertolt Brecht und die Schweiz"

Donnerstag, 2. Oktober 2003 im Stadtsaal, Kornhaus Bern
17.00 Uhr Vernissage von Bildkatalog und DVD "Antike Theater und Masken"
anschliessend mediterraner Apéro
18.30 Uhr Vernissage des Buches "Bertolt Brecht und die Schweiz"
anschliessend Apéro
Eintritt frei

Mit der Doppelvernissage "Antike Theater und Masken" und "Bertolt Brecht und die Schweiz" stellt das Institut für Theaterwissenschaft seine neuesten Forschungsergebnisse vor. Sara Aebi und Regula Brunner präsentieren den Bildkatalog und die DVD "Antike Theater und Masken", die auf der umfangreichen Diasammlung des Basler Theaterhistorikers Dr. Karl Gotthilf Kachler † fussen. Es ist dies ein Gemeinschaftsprojekt der Schweizerischen Theatersammlung und des ITW Bern. Für das Publikum besteht die Möglichkeit, die DVD auszuprobieren und virtuell zu antiken Theatern und Masken rund um das Mittelmeer zu reisen. Nach einem mediterranen Apéro stellt Werner Wüthrich bisher unbekanntes Material zu den Aufenthalten, zum Schaffen und zur Wirkung Bertolt Brechts in der Schweiz vor. Die offizielle Schweiz fürchtete sich vor dem unbequemen Mann, was hier zu ersten Mal genauer erforscht und dokumentiert wird. Selbstverständlich können beide Bücher und die DVD an der Vernissage erworben werden.

Buch Antike Theater und Masken
Materialien des ITW Bern 7
Antike Theater und Masken. Eine Reise rund um das Mittelmeer. 1400 Bilder auf DVD.
Karl Gotthilf Kachler †, Fotos
Sara Aebi, Regula Brunner, Texte
Katalog und DVD Fr. 48.00, Chronos Verlag Zürich 2003.

Heureka! - Altgriechisch für Liebhaber

Bild von Heureka!

Bravo - Anerkennung - Bravo

Die Universität Basel hat dieses Jahr einen Innovationspreis E-Learning ausgeschrieben für "Projekte, die ein besonderes Potenzial für das Lernen und Lehren an der Hochschule haben und gegenüber traditionellen Methoden einen didaktischen Mehrwert bieten". Unter etwa zwanzig Projekten, die sich um den mit 150'000 Franken dotierten Preis beworben hatten, wurde das Latinum electronicum (Universitäten Basel, Zürich, Neuchâtel und Svizzera Italiana) am 10. Juli gleich mit zwei Preisen ausgezeichnet, nämlich mit einem der drei Hauptpreise (Didaktik), speziell für die vielen und abwechslungsreichen Übungen, sowie dem Preis für Design. Mit dem Preisgeld können im nächsten Jahr noch einige Nice-to-haves hinzugefügt werden, die den Kurs noch attraktiver machen (u.a. Vertonung). Das Latinum electronicum ist ein im Rahmen des Bundesförderprogramms Swiss Virtual Campus entwickelter Lateingrundkurs, der in Zukunft als erster Teil der Lateinkurse an den Philosophischen und Theologischen Fakultäten der Schweiz eingesetzt werden soll. In Basel wird es schon ab diesem Herbst als Lehrmittel und Übungsmaterial voll in die Kurse integriert. Wir werden es in der nächsten Nummer genauer vorstellen, denn es wird bestimmt auch für den gymnasialen Lateinunterricht nützliche Einsatzmöglichkeiten bieten.
Rudolf Wachter

Ludwig Reiners, Plagiarius

Im Zeitalter der Maturaarbeiten muss man über das Abschreiben fremder Kenntnisse nachdenken. Ludwig Reiners (1896-1957) hat sein bekanntes Buch "Stilkunst" erstmals 1944 veröffentlicht. Es ist keine selbständige Arbeit: Reiners hat aus verschiedenen Büchern eines heute vergessenen Literarhistorikers abgeschrieben, aus den Büchern Eduard Engels (1851-1938).

Engel hatte mit seiner "Deutschen Stilkunst", seiner Literaturgeschichte und weiteren Werken grossen Erfolg, bis er wegen der Rassengesetze aus dem geistigen Leben ausgeschlossen wurde. Diesen Umstand hat Reiners kaltblütig ausgenützt und eine eigene "Deutsche Stilkunst" verfasst; den Titel verkürzte er nach Kriegsende. Hier kann ich nur ein paar Hinweise geben; mehr dazu findet man in meinem Aufsatz "Das gestohlene Buch, Eduard Engels 'Deutsche Stilkunst' und Ludwig Reiners" (Schweizer Monatshefte, 83. Jahr / Heft 8/9, August/September 2003) und in meinem Beitrag "Ein Einbrecher als Klassiker, Ludwig Reiners und sein Buch 'Stilkunst'" (Harass, Die Sammelkiste der Gegenwartsliteratur aus dem Sängerland, Heft 18).

Mit der Übernahme des Titels meldet Reiners den Anspruch an, Engel zu ersetzen: dasselbe besser zu sagen. In Wahrheit sagt Reiners dasselbe bestenfalls mit etwas anderen Ausdrücken. Und ganz deutlich ist, dass er Literatur und Sprache nicht aus eigener Forschung kennt, sondern aus Engels Büchern. Zur Stilbeschreibung verwendet Reiners Ausdrücke wie "Bandwurmsatz", "Kettensatz", "Schreistil", als abschreckendes Beispiel nennt er "Herrn Schmock mit seinem Brillantenstil" (Schmock ist eine Figur aus Gustav Freytags Stück "Die Journalisten"). Alle diese anschaulichen Begriffe, hinter denen eine ausgearbeitete Theorie steckt, hat Reiners von Engel. Darüber hinaus gibt sich Reiners den Anschein eines ursprünglichen Denkers und grossen Kenners der Literatur: In Wahrheit ist er ein Abschreiber.

Drei Beispiele:
1) Engel: "Der Meister der Wortkunst soll nicht alles sagen, was er weiß; er soll das Vorletzte sagen und dem Leser das Letzte zu denken überlassen. Der große Schriftsteller, aber schon jeder leidlich kluge Schreiber betrachtet den Leser nicht bloß als aufnehmendes Gefäß; er macht ihn zum Mitarbeiter und dadurch zum Freunde." Reiners: "Wer etwas wegläßt, schenkt seinem Leser eine schöpferische Freude: er muß selbst eine Folgerung ziehen, etwas durchschauen und ergänzen. Er wird vom Hörer zum Mitarbeiter."
2) Engel: "Ein deutsches Meisterwerk der bündigen Kürze sind Lessings Fabeln." Reiners: "Das berühmteste Beispiel der Verdichtung sind Lessings Fabeln."
3) Engel: "Carlyle der Brummbär hat einmal verlangt: wer zu einem dicken belehrenden Buche kein genaues Inhaltsverzeichnis mache, müsse gehenkt werden." Reiners: "Carlyle hat vorgeschlagen, alle Leute zu hängen, die Bücher ohne Inhaltsverzeichnis schreiben."

Schliesslich hat Reiners ein grosses Bedürfnis, über Dinge zu schreiben, die er nur von ferne kennt: den Stil des Tacitus oder Haupt- und Nebensätze im Altgriechischen. Luther hält er in der Ausgabe von 1944 für einen Dominikanermönch. Er selbst war offenbar Fabrikant.

Ein Plagiarius ist einer, der andere in Sklaverei verkauft. Martial (1,52) wendet den Ausdruck auf einen Dichter an, der Martials Gedichte wie eigene vorgetragen hat: sie müssen Sklavendienst leisten, obwohl ihr eigentlicher Herr, Martial, sie freigelassen, d.h. veröffentlicht hat. Genau so hat Ludwig Reiners die Werke eines anderen für sich arbeiten lassen. Es ist Zeit, dass dies aufhört.

Stefan Stirnemann
 

Weiterbildung

Préavis
Formation continue 2004

Les journées de formation continue 2004
auront lieu à Crêt-Bérard (Puidoux)
du 20 au 23 septembre

Le fonctionnement de la religion dans l'Antiquité
a été retenu comme thème central de cette session. Nous y attendons des conférenciers de Berne, Genève et Lausanne pour nous parler de Vestales, de religion comparative, de peinture et d'architecture.

Une description plus détaillé du cours paraîtra dans le Bulletin d'avril et sur la webpalette du CPS au printemps également.

Puissent les collègues romands se sentir concernés aussi !

Christine Haller
 

Euroclassica

En avril dernier à Vienne, l'Assemblée générale, toujours quelque peu chaotique, a entre autres élu un nouveau comité constitué de MM.

Francisco Oliveira (P), président,
Jadranka Bagaric (CR),
Maria Rosaria di Garbo (I),
Paul Ieven (B),
Barbara Pokorná (CZ),
Eva Schough Tarandi (S).

Conférence 2004 - Gênes 16-18 avril
L'Association ligure accueillera la prochaine conférence annuelle dans le cadre du congrès de Latina Didaxis portant sur le thème général de Multa per aequora.

L'Academia Homerica 2003 s'est déroulée à Chios en juillet. L'édition 2004, prévue à la même période (9-18 juillet) pourrait comporter quelques nouveautés intéressantes. Le programme est en cours d'élaboration.

La dixième Academia Aestiva s'est tenue cette année à Athènes à la fin du mois d'août. Une forte cohorte de gymnasiens suisses a pleinement profité de cette dernière édition avant la trêve olympique de 2004. L'Academia aestiva reprendra-t-elle après ? Rien n'est moins sûr. Les animateurs ont en effet exprimé le désir de passer la main après 10 ans d'efforts inlassables. Qu'ils soient remerciés de tout ce qu'ils ont fait !

Une Academia Latina basée à Rome devrait voir le jour prochainement...

Christine Haller
 

Rezensionen

Thomas Halter, König Oedipus. Von Sophokles zu Cocteau. Stuttgart 1998, 169 S.

Im Museum Helveticum 55, 1998, 222 hatte ich das Buch bereits vorgestellt. Es wurde vom Autor auch Theodor Knecht mit der Bitte zugestellt, dass ebenfalls in unserem Bulletin eine Besprechung erscheine. Im Übergang der Redaktion von Theodor Knecht an mich ist das leider nicht geschehen. Da ich aber diese Arbeit für alle Kolleginnen und Kollegen, die Griechisch unterrichten, für sehr wichtig und interessant halte, lasse ich hier meinen Text aus dem MH in etwas veränderter Form nochmals erscheinen.

Thomas Halter geht es nicht in erster Linie um Rezeptionsgeschichte, sondern sein Ziel ist: "uns der Art sophokleischen Dichtens von nichtgriechischen Schöpfungen her anzunähern" (11). Der Autor benutzt die Oedipusdramen von Seneca, Corneille, Voltaire, Gide und Cocteau; sporadisch werden auch Stellen aus Dryden, Platen und Hofmannsthal herangezogen. Die Titel über den 9 Kapiteln (z.B. III "Der Grundzug der Sorge um die Unversehrtheit der Figur") zeigen, um was es geht: Aussagen werden unter dem Gesichtspunkt untersucht, was sie im konkreten Kontext leisten. Analysiert werden kurze Passagen; dabei achtet der Autor sehr genau, hellhörig und subtil auf die Wirkung der verwendeten Wörter und Verbindungen und zeigt im Vergleich mit anderen Autoren auf, welche Vorstellungen und Bilder bei Sophokles vorhanden sind oder vorherrschen. Um es an einem Beispiel zu illustrieren: Soph. Oid. 456 macht Teiresias das zukünftige Schicksal des Helden mit den Worten sichtbar: sképtroi prodeiknùs gaîan emporeúsetai. Im Vergleich mit Senecas entsprechendem Vers 657 baculo senili triste praetemptans iter, wo sich Seneca "subjektbezogen" mit dem Wort "praetemptans" in Oedipus hineinfühlt, der blind ist und sich durch den Raum tastet, erweckt Sophokles mit dem neutralen, "objektiven" prodeiknús (vor sich her zeigend) das Gefühl, das einem "bei der unvermuteten Begegnung mit einem Blinden" überkommt: man sieht, dass er sich durch sein Zeigen "als zeigeunfähig erweist" (18f.). Der Autor analysiert auf diese Weise etwas mehr als 250 (in einem Register angeführte) der 1530 Verse des sophokleischen Stückes immer im Vergleich mit entsprechenden Stellen aus den späteren Werken. Indem er zeigt, wie Wörter Sachen zum Sprechen bringen, zeigt er auf, was Sprache leisten kann und hilft das wahrzunehmen, was er als charakteristischen Zug der sophokleischen Kunst erachtet: "Nicht werben, nicht anpreisen, nicht überreden - nur hinstellen" (151). - Wer von uns noch das Glück hat, junge Menschen in die griechische Sprache und Literatur einführen zu können, wird für diese Art von Beschäftigung mit der Sprache dankbar sein. Denn hier haben wir konkrete, mit grossem Feingefühl aufgespürte und explizit durchgearbeitete Beispiele dafür, dass vor allem an poetischen Texten sichtbar wird, wie hilfreich es ist, die Originalsprache eines Werkes zu verstehen. Wenn wir diese Tatsache einigen unserer Schülerinnen und Schülern verständlich machen können, ist uns sehr viel gelungen. Gerade auch aus diesem Grund möchte ich Halters Buch nachdrücklich empfehlen.

Alois Kurmann

Urech, Hans Jakob, Hoher und niederer Stil in den Satiren Juvenals. Untersuchung zur Stilhöhe von Wörtern und Wendungen und inhaltliche Interpretation von Passagen mit auffälligen Stilwechseln (Europäische Hochschulschriften: Reihe 15, Klassische Sprachen und Literaturen, Bd. 80). Peter Lang AG, Bern 1999. 322 S., brosch. CHF 68.00

Wie Titel und Untertitel andeuten, befasst sich der Autor mit den verschiedenen, scheinbar disparaten Stilebenen, der "hohen" von Epos und Tragödie, der "niederen" von Komödie und Satire, die beide oft unvermittelt in Juvenals Satiren aufeinandertreffen. Entstanden ist so einerseits eine auch als Nachschlagewerk benutzbare Abhandlung, die die Bedeutungsgeschichte von über 400 Wörtern und Wendungen, die aus den verschiedensten Bereichen des Lebens stammen, zu verfolgen gestattet, anderseits liegt ein laufender Kommentar zu einem längeren Ausschnitt aus der 10. Satire (10,133-288) vor, an dem exemplarisch die bereits erarbeiteten Resultate auf ihre Tragfestigkeit überprüft werden. Der Gattung gemäss spielen als Stilmittel Ironie und Parodie eine zentrale Rolle, doch lassen sich die scharfen Spitzen der Satire erst erfassen, wenn wie hier der literarische Hintergrund aufgerollt wird (so wird etwa die - unübersetzbare - Pointe von vetulus deutlicher, wenn wir erfahren, dass der Ausdruck eigentlich dem Tierbereich angehört). Nun wird angesichts der heutigen Unterrichtssituation niemand erwarten, dass man in der Schule Juvenal zu lesen beginnt, doch ist die Untersuchung dank dem breiten Spektrum von Juvenals umgangsspachlichem Wortschatz eine Fundgrube für Fallbeispiele im Sprach- wie im Literaturunterricht.

Bruno W. Häuptli

Thomas Späth/Beate Wagner-Hasel (Hrsg.), Frauenwelten in der Antike. Geschlechterordnung und weibliche Lebenspraxis. Verlag J. B. Metzler, Stuttgart/Weimar 2000. XXVI, 494 Seiten, 65 s/w Abb., mit 150 Quellentexten und Bildquellen. Geb., Euro 39.90/CHF 64.00

Eine reichhaltige und gewichtige Publikation legen die Herausgeber, beide erfahren in geschlechtergeschichtlichen Themen, hier vor, mit der der Wissenschaftsaufbruch der vergangenen Jahrzehnte im Bereich der Gender studies dokumentiert wird. Das Vorwort führt in die Methodenprobleme der jungen Wissenschaft ein und weist auf die verschiedenen Denkansätze hin, die hier vertreten sind: "Diskurstheoretische Ansätze stehen neben ereignisgeschichtlich ausgerichteten Beiträgen, sozialgeschichtliche Strukturanalysen neben literaturgeschichtlich-philologischen Untersuchungen einzelner Werke." Im Zentrum stehen griechische und römische Antike, doch wird der Bogen auch ins frühe Mesopotamien des zweiten Jahrtausends (Kodex Hammurabi) und ins mittelalterliche Byzanz (Anna Komnena als Autorin und Mäzenin) geschlagen. Die Vielfalt der Themen ist in sechs Abschnitte gegliedert: Heirat und Zugehörigkeit, Kultpraktiken, Wissen und Tradition, Macht und Politik, Arbeitswelt und weibliche Geselligkeit, Erotik und Sexualität. Zur Sprache kommen in 26 Abschnitten Heiratsrituale, Feste, Totenklage, sexuelle Diffamierung, Weiblichkeitsideale, Philosophinnen, Visionen, Askese, Martyrium, politisches Wirken, das Spannungsfeld zwischen Topos und Alltagswirklichkeit, ferner so unterschiedliche Gestalten wie Livia, Clodia, Lucretia, die jüngere Agrippina, Zenobia von Palmyra, die Dichterin Sulpicia oder, dekonstruktivistisch destruiert, deren aus den Quellen herauspräparierte Schemen. Als fruchtbar erweist sich der Einbezug von Bildquellen, sei es für das Verständnis der kultischen Vorgänge beim Fest der Artemis in Brauron, sei es für die Einsicht in die Rolle der kaiserlichen Porträtkunst als politisches Propagandamittel. Zum Teil sind die Themen wegen ihrer Breite nur angeschnitten, da von der Autorin schon die entsprechenden Buchtitel vorliegen (Erotik in der Bildenden Kunst der Römischen Welt), gelegentlich kommt es zu Ausblicken auf die Rezeptionsgeschichte. Trotzdem ist daraus kein üblicher Sammelband mit beliebigen Beiträgen geworden, sondern dank dem einheitlichen Konzept als Arbeitsbuch, auf das die Beiträge ausgerichtet sind, und dank der straffen Redaktion ein spannendes Lesebuch, mit dessen zweisprachigen Texten (zuverlässig dank den benützten Datenbanken PHI-CD-ROM, TLG-CD-ROM) sowohl Historiker wie Philologen arbeiten können. Die 15 Autorinnen und die 3 Autoren gehören mit wenigen Ausnahmen einer neuen Generation von Wissenschaftern an, die teils noch am Beginn ihrer Hochschulkarriere stehen, teils an Universität (so H. Harich-Schwarzbauer, inzwischen Basler Ordinaria, vertreten durch einen Abriss aus ihrer Habilitationsschrift über Hypatia von Alexandria) oder Schule unterrichten und sich sichtlich um didaktische Verständlichkeit bemühen (Der Text ist allerdings auch nicht frei vom Modejargon geblieben: "domus Augusta - ein Ressourcenzentrum", "die weiblichen Mitglieder des Gemeinwesens" sind durch das Weben der "Leichentuche für die Visualisierung der Werte der Gemeinschaft zuständig", womit sie "das kléos der Toten über textile Gedächtniszeichen perpetuieren", "die Wohlgesittetheit der Frau ist eine rezeptive Leistung der Frauen gegenüber der Philosophie" u.ä.). Abgerundet wird der Band mit einem sorgfältig erstellten Register und einer Bibliographie, die das weite Spektrum der neuen Disziplin aufzeigt. Hingewiesen sei auch lobend auf die äusserst gediegene Ausstattung.

Bruno W. Häuptli

Margarethe Billerbeck / Christian Zubler unter der Mitarbeit von Simonetta Marchitelli und Mario Somazzi, Das Lob der Fliege von Lukian bis L[eon] B[attista] Alberti: Gattungsgeschichte. Texte, Übersetzungen und Kommentar Sapheneia. Beiträge zur Klassischen Philologie, Bd. 5, hrsg. von Margarethe Billerbeck und Bruce Karl Braswell. Peter Lang, Europäischer Verlag der Wissenschaften, Bern [u.a.] 2000. VIII, 264 S., geb. CHF 69.00

Ausgangspunkt war der Vorschlag, Lukians amüsantes fünfseitiges Schriftchen über die Vorzüge der Fliege für eine Lizentiatsarbeit ins Auge zu fassen, Resultat ist als Gemeinschaftswerk des Freiburger/Fribourger Seminars eine über 250seitige kritische Edition mit Übersetzung und Kommentar und mit Texten aus der überraschend vielfältigen Rezeptionsgeschichte. Die Einleitung beleuchtet die Geschichte der Gattung des paradoxen Enkomions in der Praxis, die für uns mit dem Lob der Helena des Sophisten Gorgias beginnt, und in der nach Ansätzen bei Aristoteles von der zweiten Sophistik entfalteten rhetorischen Theorie. Tatsächlich gibt es keinen banalen, absurden, widerwärtigen oder abstossenden Gegenstand, der die Geschicklichkeit der Redner nicht herausgefordert hätte: Töpfe, Steinchen, Mäuse, Esel, Haare, der Lästerer Thersites, Krankheiten, Tod, Rauch und Staub und nun eben auch Fliegen. Der byzantinische Gelehrte Michael Psellos (11. Jh.) steuerte zu dieser Palette weiteres Ungeziefer (wie man das früher zu nennen pflegte) bei, Floh, Laus und Wanze (Text, Übersetzung und lateinische Fassung Leone Allaccis, 17. Jh., diese in Erstedition). Der normannische Würdenträger Eugenios von Palermo (12. Jh.) lieferte dazu in Umkehrung des komischen Prinzips einen "Fliegentadel". Die Wiederentdeckung Lukians im italienischen Quattrocento, gefördert durch den Griechischunterricht des byzantinischen Diplomaten Manuel Chrysoloras in Florenz zeitigte Wirkung: Als der Veronese Guarino Guarini um 1440 Leon Battista Alberti (es handelt sich tatsächlich um den grossen Architekten der Renaissance) seine Übersetzung von Lukians "Fliegenlob" (hier in Erstedition) übersandte, die er seinerzeit im Anfängerunterricht angefertigt hatte, griff dieser sogleich das Thema auf und fertigte eine eigenständige, die Vorlage an Umfang weit übertreffende, mit seiner Gelehrsamkeit und den Topoi der Gattung überlegen spielende Version an, die hier erstmals auch in deutscher Übertragung erscheint. Die Bibliographie erschliesst weitere Aspekte dieses unterhaltsamen Zweigs der Rhetorik.

Bruno W. Häuptli

Thomas A. Schmitz, Moderne Literaturtheorie und antike Texte. Eine Einführung. Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft 2002, 261 S. CHF 58.60, ISBN 3-534-15204-2

Bei der ständigen Forderung, über unsere Berechtigung als Lehrende der Alten Sprachen Rechenschaft abzulegen, zeigen wir mit gutem Grund immer wieder auf, dass Latein- und Griechischunterricht die wichtige Aufgaben hat, über Sprechen und Sprache zu reflektieren und Sprachen nicht nur als Kommunikationsmittel zu erlernen. Allerdings legen wir ebenso grossen Wert darauf, trotz verminderter Stundenzahl einige Texte zu lesen, in denen wichtige Aspekte der menschlichen, vor allem europäischen Zivilisation angesprochen sind. Dabei haben wir alle die Erfahrung gemacht, dass wir Texte nicht bloss übersetzen lassen können, sondern dass wir sie auch interpretieren müssen. Wir haben auch zur Kenntnis genommen, dass über das Interpretieren selber im 20. Jahrhundert verschiedene Theorien und Methoden ausgearbeitet wurden. Aber wir haben selten Zeit, Kraft und Gelegenheit, uns mit diesen Fragen zu beschäftigen. Hier kommt uns das Buch von Schmitz zu Hilfe. Der Autor legt in 12 Kapiteln verschiedene literaturtheoretische Modelle und Schulen dar. Man findet darin Abhandlungen über Methoden wie Strukturalismus, Narratologie, Intertextualität, Rezeptionsforschung, Dekonstruktion und Sachgebiete wie Russischer Formalismus oder Gender Studies, von denen man gelegentlich schon gehört hat. Die Darlegungen sind aus Vorlesungen für Studierende an der Universität hervorgegangen, was für unsere Bedürfnisse ein Vorteil ist: die Arbeit ist eine Art Lehrbuch, es werden Verweise auf vorangegangene und nachfolgende Teile gemacht, die Sprache ist, so weit es die Sache erlaubt, einfach, der Stil ist vom mündlichen Vortrag geprägt. Besonders wertvoll ist das Bemühen, die Terminologie der einzelnen Theorien zu klären (z.B. der von Derrida geschaffene Begriff différance [sic!] als Verbalsubstantiv von différer im Sinn von 'Aufschub der Sinnfülle', was eine grundlegende Qualität jeder sprachlichen Äusserung ist: S. 133), da gerade das Problem der "schwierigen Terminologie" oft vor der Beschäftigung mit Literaturtheorien abschreckt. Das freimütige Geständnis des Autors, der sagt, er habe es nach einigen Versuchen aufgegeben, sich mit Lacan im Original zu beschäftigen und sich an Sekundärliteratur über dessen Theorie informiert (S. 222), kann uns Mut machen! Soweit es möglich ist, werden Theorien an Beispielen aus der antiken Literatur illustriert, wobei aber auch festgehalten wird, dass nicht jeder Text sinnvoll mit jeder Theorie betrachtet werden kann und dass nicht jede Theorie einzelne Texte interpretieren will (S. 21). Weiterführende Literatur wird nach jedem Kapitel angegeben und ein langes Literaturverzeichnis sowie ein Namens- und Sachregister schliessen das Buch ab. Dass aber die Hermeneutik Gadamers, dessen "Wahrheit und Methode" für uns wohl das zugänglichste Werk über Literaturinterpretation gewesen ist und bleiben wird, nirgends vorkommt, erstaunt. Doch alles, was in dieser Einführung dargelegt wird, ist unseren Bedürfnissen angepasst und kann uns helfen, den Horizont, in dem sich unsere tägliche Arbeit abspielt, zu erweitern.

A. Kurmann

Marcus Terentius Varro, Gespräche über die Landwirtschaft, Buch 3, herausgegeben, übersetzt und erläutert von Dieter Flach, WBG, Darmstadt 2002, ISBN 3-534-11649-6, 340 S.

Der vorliegende Band beinhaltet das dritte Buch von Varros Werk "De re rustica" und bildet den Abschluß einer dreiteiligen Ausgabe, die Varros einziges vollständig erhaltenes Werk erstmals mit deutscher Übersetzung und ausführlichem Kommentar bietet. Flach verzichtet auf Verweise auf die ersten beiden Bände, deren Kenntnis für die Lektüre des dritten denn auch nicht vorausgesetzt werden.
Das dritte Buch beschäftigt sich mit einem Spezialgebiet, das Varro als erster in lateinischer Sprache dargestellt hat, der "pastio villatica", was Flach mit "hofwirtschaftlicher Fütterungszucht" wiedergibt, da sie mehr als nur Kleintierhaltung beinhaltet, nämlich die Zucht aller Tiere, die auf dem Hof oder darum herum gehalten, nicht aber auf die Weide geführt werden.
In der Einleitung, in der nähere Angaben zu Verfasser, Quellen und Inhalt gemacht werden, wendet sich der Autor gegen ältere Auffassungen, wonach in Rede und Handeln Varros ein Widerspruch bestehe; auch sei kein Unterschied in der Haltung im ersten bzw. dritten Buch festzustellen. Besondere Aufmerksamkeit wird der berühmten, nicht leicht verständlichen Beschreibung von Varros Vogelhaus in Casinum gewidmet, die etliche Forscher zu Rekonstruktionszeichnungen veranlaßt hat; am Ende des Buches präsentiert sie Flach neben seinem eigenen, auf gründlicher Textkritik basierenden Modell. Es folgen detaillierte Angaben über die Form des in Wechselrede mit sechs Freunden gehaltenen Werkes. Neben Fragen der Widmung und der Datierung des fiktiven Gesprächs erläutert Flach u.a. zahlreiche Wortspiele und Scherze, zu denen etwa die sprechenden Namen der Gesprächsteilnehmer wie Merula, Pavo und Passer gehören, die sich über Vögel unterhalten. Es folgt eine ausführliche Beschreibung der verschiedenen Handschriften mit ihren Lesarten sowie die Präsentation der früheren Ausgaben.
Im zweiten Teil wird der lateinische Text mit umfangreichem textkritischem Apparat wiedergegeben; daran schließt sich die deutsche Übersetzung an, der ein sehr ausführlicher und übersichtlicher Kommentar zu inhaltlichen und sprachlichen Problemen folgt.
Neben den Quellen- und Literaturangaben findet der Leser vor dem erwähnten Bildmaterial zu den Vogelhausrekonstruktionen noch einen Index nominum, der alle drei Bände berücksichtigt, sowie ein hilfreiches Stichwortverzeichnis, das neben deutschen Begriffen auch lateinische termini technici, Orts- und Personennamen sowie Handschriftenbezeichnungen bietet.

I. Durrer

Martin A. Guggisberg (Hrsg., unter Mitarbeit von Annemarie Kaufmann-Heinimann und einem neunköpfigen Autorenkollektiv), Der spätrömische Silberschatz von Kaiseraugst: Die neuen Funde. Forschungen in Augst 34, Augst 2003, 378 Seiten, 311 Abbildungen, 52 Tafeln, CHF 150.00

Im Hinblick auf die Ausstellung des gesamten Silberschatzes in Augst (28. Nov. 2003 bis 31. Jan. 2005) sei dieser eben erschienene, gewichtige Band wenigstens kurz angezeigt - eine eigentliche Besprechung ist in diesem Rahmen nicht möglich. Er sollte nämlich für Lehrpersonen, die mit ihren Schülerinnen und Schülern dorthin fahren wollen, wenigstens in einer nahen Bibliothek greifbar sein.

Dem Herausgeber ist dazu zu gratulieren, dass das Werk nach relativ kurzer Bearbeitungszeit rechtzeitig zum Aargauer Kantonsjubiläum erscheinen konnte. Von ihm stammt u.a. auch ein Grundsatzartikel zur Funktion der Silberschätze in der Spätantike. Für Augst ergibt sich, dass es sich weniger um repräsentatives Tafelsilber als um prestigeträchtigen Besitz handelt, der zum grösseren Teil aus kaiserlichen Geschenken besteht. Der Band behandelt im weiteren primär, aber nicht ausschliesslich die 1995 aus Privatbesitz neu aufgetauchten 18 neuen Stücke. Frau A. Kaufmann-Heinimann, die vielen von uns von Ihrem Referat an der letzten Jahresversammlung noch in bester Erinnerung ist, beschreibt darin die Silberplatten. Zusätzlich stammen von ihr eine "Bilanz der Forschung seit 1984" und die so wertvollen Indices (wir wissen diese Arbeit zu schätzen). Für uns Lehrende sind darüber hinaus die historischen Artikel von Markus Peter und Joachim Szidat besonders willkommen, zumal hier an den bisherigen Vorstellungen gewisse Korrekturen möglich wurden.

Als Philologe gestatte ich mir, dieser Anzeige eine kurze Miszelle hinzuzufügen. Die neuen Stücke haben nämlich einen, wenn auch sehr bescheidenen Zuwachs an lateinischer Literatur gebracht. Auf der Decennalienplatte des Constans lesen wir:

Augustus Constans dat laeta decennia victor
spondens om<i>nibus ter tricennalia faustis.

Dazu zwei Bemerkungen: Die sofort vorgeschlagene Korrektur des überlieferten omnibus stiess zunächst bei den Spezialisten auf Skepsis: Das sei doch zu einfach, gleich konjizieren zu wollen. Aber es gilt wieder einmal, die einfache, fast banale Lösung, ist eben in der Regel die richtige.
Zweitens sind auch anerkannte Fachleute nicht gegen elementare Übersetzungsfehler gefeit: Rudolf Wachter (s. S. 179) musste darauf hinweisen, dass das Adverb ter sich schon aus sprachlichen Gründen (abgesehen vom absurden Inhalt) nicht auf tricennalia beziehen könne, sondern mit (ominibus) faustis zu verbinden sei. Ich denke allerdings nach wie vor, dass es nicht zwingend ist, an ein dreimaliges Einholen der omina zu denken, sondern dass ter einfach faustis steigert (vgl. Vergil Aeneis 1, 94 o terque quaterque beati) - doch das ist Nebensache.

Christoph Jungck

Thomas Fischer (Hrsg.) (unter Mitarbeit von Michael Altjohann), Die römischen Provinzen. Eine Einführung in ihre Archäologie. Mit Beiträgen von Michael Altjohann, Dietrich Boschung, Werner Eck, Pia Eschbaumer, Robert Fehr, Thomas Fischer, Frederike Fless, Hartmut Galsterer, Norbert Hanel, Johannes Heinrichs, Henner von Hesberg, Jens Hock, Constance Höpken, Henz Günther Horn, Karl Heinz Lenz, Thomas Lobüscher, Ingo Martell, Christian Miks, Peter Noelke, Jürgen Obmann, Salvatore Ortisi, Egon Schallmayer, Andreas Thiel, Renate Thomas. Stuttgart: Theiss, 2001. 396 S., Textabb. ISBN3-8062-1591-X, Euro 32.00
Tonio Hölscher, Klassische Archäologie. Grundwissen. Mit Beiträgen von Barbara Borg, Heide Frielinghaus, Daniel Graepler, Susanne Muth, Wolf-Dietrich Niemeier, Monika Trümper. Stuttgart: Theiss, 2002. 360 S., 178 Abb. ISBN3-8062-1653-3, Euro 39.90

Die beiden Monographien sind Einführungen in Gebiete der Archäologie. Beide Werke sind im Zusammenhang mit der universitären Lehrtätigkeit der Hauptautoren entstanden. In der Einleitung dieser Bücher bringen beide Dozenten ähnliche Begründungen für die Veröffentlichung dieser Einführungen vor. Die Studenten müssen ihr Studium in kürzerer Zeit absolvieren, der Stoff ist daher in konzentrierter Form zu vermitteln. Zugleich steigen die Anforderungen an die Fachkenntnis. Schliesslich sind kleine Fächer der Geistes- und Altertumswissenschaften einem allgemeinen Legitimationsdruck ausgesetzt, der "eine gewisse Selbstreflexion und Standortbestimmung" verlangt, für die Werke, wie die vorliegenden "wichtige Argumentationshilfen bei künftigen Diskussionen" bieten sollen.

Gerade in bezug auf diesen letzten Aspekt überzeugt, dass die Autoren ihr Werk in Zusammenarbeit mit einem Team von Forschern entstehen liessen und auf diese Weise jungen, angehenden Forschern die Arbeit im Team vorleben - den Weg des Dialoges, der heute für alle Bereiche der Archäologie unentbehrlich ist, sei es bei der Arbeit bei der Bodendenkmalpflege, im Museum oder an der Universität.

Beide Bücher sind angenehme und nützliche Einführungen, die nicht nur den Studenten, sondern auch einem breiteren interessierten Publikum einen praktischen Leitfaden bieten.

Thomas Fischer, Die römischen Provinzen

Mit diesem Werk liegt im deutschsprachigen Raum erstmals eine Einführung in die Archäologie der römischen Provinzen gedruckt vor. Dementsprechend wurden die Schwerpunkte des Buches auf die Nordwestprovinzen des Römischen Reiches gelegt. In einem ersten Teil gibt der Autor eine Definition für die Archäologie der römischen Provinzen oder den synonym verwendeten Begriff der provinzialrömischen Archäologie - ein Fach, das sich in Deutschland (Frankfurt a.M., Köln, München und Passau) und in der Schweiz (Bern und Lausanne) in jüngster Zeit als eigenständiges Fach emanzipiert hat und in Österreich bei der klassischen Archäologie angesiedelt ist. Es folgt ein Kapitel über die Forschungsgeschichte und ein Überblick über die Berufsfelder; ein Hinweis auf die heute eher düsteren Berufsaussichten fehlt nicht.

Ein wichtiges Kernstück des Buches bilden die Überlegungen zu den Quellen und Methoden des Fachs. Auf systematische Weise werden die Kategorien der Befunde und Funde sowie die Methoden zur chronologischen Einordnung dargelegt. Besonders wertvoll ist die Aufstellung der datierten Fundstellen in den Nordwestprovinzen. Im folgenden Kapitel über die Methoden der Erschliessung archäologischer Quellen (Ausgrabung und Geländeprospektion) wäre die bildliche Veranschaulichung der verschiedenen, in sehr konzentrierter Form vorgebrachten Fallbeispiele nützlich gewesen.

Die folgenden Teile des Buches umfassen Kapitel über die Definition der Provinzen, ihren rechtlichen Status und die Verwaltung, über die zivilen Siedlungsformen und Bautypen, sowie über das Militär und die militärischen Bauten. Es folgen Beiträge über Kunst und Kleinkunst, über Medizin, Religion und Gräber. Der weitaus grösste Teil des Buches ist den verschiedenen Gattungen des Fundmaterials gewidmet.

In manchen Kapiteln hätte man eine Diskussion der Bezugspunkte bzw. der Unterschiede zur Hauptstadt Rom gewünscht, doch muss man zugeben, dass dieses Thema allgemein noch nicht umfassend untersucht ist und den Rahmen des Buches wohl gesprengt hätte.

Die Karte des Römischen Reiches mit den Provinzgrenzen am Anfang des Buches ist leider etwas klein geraten. Pläne und typologische Tafeln ausgewählter Themen sind vorhanden, wenn auch eher spärlich. Das Buch will und kann die verschiedenen Gebiete denn auch nicht erschöpfend illustrieren: Der Zugang zu den Einzelthemen wird durch die sehr ausführliche Bibliographie am Schluss des Buches ermöglicht.

Tonio Hölscher: Klassische Archäologie

Das vorliegende Buch versteht sich als Einführung in die wichtigsten Sachgebiete der klassische Archäologie. Die einleitenden Kapitel vermitteln einen theoretischen Rahmen des Faches und seiner Genese im Rahmen der Altertumswissenschaften. Eine Übersicht ist den Institutionen der archäologischen Forschung gewidmet, doch beschränkt sich diese ganz auf Deutschland. Überblicke über das Fach folgen einerseits diachron den Epochen und andererseits geographisch den Gebieten der klassischen Archäologie. Eine ausführliche Darstellung ist den verschiedenen Methoden der Datierung gewidmet. Dieses sehr systematisch gegliederte Kapitel enthält eine Zusammenstellung der datierten Befunde und Denkmäler. Eine dichtere Nennung datierter Befunde wäre in diesem Zusammenhang allerdings wünschbar gewesen. Weiter werden die Methoden der Feldforschung, die Ausgrabung und die Geländebegehung (Survey, Prospektion), beschrieben. Dass dies mit Hilfe von Profilzeichnungen auf sehr anschauliche Weise geschieht, ist sehr zu begrüssen.

Der Hauptteil des Buches ist der Darstellung der verschiedenen Sachgüter gewidmet. Berücksichtigt werden die Epochen von der ägäischen Bronzezeit bis zur römischen Kaiserzeit. Dabei kommen vor allem "klassische" Materialgruppen zum Zuge: die Architektur, die Skulptur, die Malerei und die Keramik, soweit es um die Feinkeramik geht. Man mag bedauern, dass diese Auswahl auf Kosten der alltäglicheren Materialkultur geht, mit der man bei jeder Ausgrabung in grossen Mengen konfrontiert wird; die Grobkeramik und das weite Gebiet des Instrumentums werden in der Tat nicht behandelt. Eine seriöse Berücksichtigung dieser Materialkategorien wäre allerdings anspruchsvoll und gäbe Stoff für eine eigene Monographie, da diese Gegenstände je nach geographischer Herkunft und Epoche ganz verschieden aussehen. Auch dieses Buch schliesst mit einer ausführlichen Bibliographie zu den einzelnen Themen ab. Einschlägige Literatur erscheint bereits in Kastentexten am Anfang der einzelnen Kapitel selbst. Die Abbildungen und Karten sind gut ausgewählt und von hoher Qualität.

Susanne Frey-Kupper

Mario Andreotti, Die Struktur der modernen Literatur. Neue Wege in der Textanalyse. Einführung. Erzählprosa und Lyrik. Anhang: Kurzdefinitionen literarischer Fachbegriffe. UTB Band 1127. 3., vollständig überarbeitete und erweiterte Auflage, Verlag Paul Haupt Bern, Stuttgart, Wien. 440 Seiten, Euro 18.90, CHF 32.30

Anleitung zum Lesen - Zu Mario Andreottis 'Struktur der modernen Literatur'

Eine ausführliche Fassung der folgenden Besprechung erscheint in der nächsten Ausgabe der "Kritischen Ausgabe - Zeitschrift für Germanistik & Literatur".

Eine ausgestreckte Hand soll man ergreifen. Mario Andreotti, Universitäts- und Gymnasiallehrer in St. Gallen, ist einer von denen, die eine klassische Gymnasialbildung selber erworben haben und immer wieder dankbar weiterempfehlen. Sein Buch, obwohl der deutschen Literatur gewidmet, gehört (zusammen mit Andreottis anderem Werk: Traditionelles und modernes Drama) auch in die altsprachlichen Fachbibliotheken, denn eigentlich gibt es nur eine Literatur, und wer Andreottis Kurs im Lesen durchlaufen hat, wird auch lateinische und griechische Texte mit frischen Augen betrachten.

Der Leser bekommt vom Autor eine Begrifflichkeit, mit welcher sich Texte beurteilen lassen; diese Beurteilung wird ihm beispielhaft vorgeführt, so dass er sich ein eigenes Urteil bilden kann. Und der Erfolg gibt dem Buch recht: 1983 erschienen, wird es bald in vierter Auflage aufgelegt werden. Andreotti will bestimmen, was die moderne Literatur ausmacht. Was heisst modern, wenn man davon absieht, dass es das bezeichnet, was jetzt neu und schon bald nicht mehr neu ist? In seiner Begriffsklärung folgt Andreotti wesentlich Bertolt Brecht; mit Recht vertraut er einem Denker, der sich auch aufs Tun verstanden hat. In dieser Sicht ist modern eine Literatur, die "eine veränderte Thematik (etwa ein verändertes Menschenbild) auch strukturell" gestaltet. Struktur fasst der Autor als "System von Relationen zwischen bestimmten Elementen." Mit einem Vergleich Andreottis: Wie das Rot durch sein Verhältnis zu anderen Farben, so ist eine literarische Figur durch die Beziehung von Charakter und Handlung gegeben. Die herkömmliche Gestaltung einer Figur kennzeichnet Andreotti mit Sätzen Lessings: "(...) dass die Charaktere dem Dichter weit heiliger sein müssen als die Handlungen" (bei Lessing: Fakta). Brechts Formel für eine so dargestellte Figur lautet: der fixierte Charakter. Dieser Figur, die in ihren Handlungen von einem festen Charakter geleitet ist, stellt Brecht die Figur entgegen, welche von einem Gestus bestimmt wird. Zu denken ist aber nicht an das Handeln einer Person, sondern an "die Grundhaltung eines Kollektivs." Ein Beispiel aus Döblins Alexanderplatz: "Rumm rumm wuchtet vor Aschinger auf dem Alex die Dampframme (...)." Dieses Wuchten ist der Gestus des Schlagens, Niederreissens, der alle die geschäftigen Menschen der grossen Stadt prägt: "Sie werden damit, metaphorisch gesprochen, zu 'Schlägern' (zu 'Aufbauern' und 'Zerstörern'), sind in diesem Sinn (...) depersonalisiert, d.h. auf wenige Grundvorgänge reduziert." Mit dem Gegensatzpaar Andreottis gesprochen: Ein Autor ist modern, sofern er seine Menschen nicht mehr als feste Figuren zeichnet, sondern als gestische Figuren. Merkmal der modernen Literatur ist nicht ein neues Thema, sondern eine neue Gestaltung der Texte aus der Tiefe heraus, wie sie an Bau und Verbindung der Sätze Döblins abgelesen werden kann. Weitere Autoren des Beginns dieser Moderne sind Kafka und Carl Einstein, in zweiter Linie Schnitzler und Musil.

Den philosophischen Hintergrund dieser Erneuerung zeichnet Andreotti mit Hinweisen auf die Psychologie Freuds und die Gedanken Nietzsches: Der Mensch hat seinen Ort im Mittelpunkt des Alls verlassen, das Ich und die Wahrheit sind zerfallen. Folgerecht ist die neue Literatur immer Ideologiekritik; Ideologie ist der alte Glaube an eine feste Ordnung der Dinge, der sich in der herkömmlichen Literatur im festen Erzähler zeigt, der einen festen Helden und sein Schicksal vorführt.

Die Unterscheidung von "modern" und "herkömmlich" ist allerdings idealtypisch zu verstehen; wer liest, hat es mit Mischformen zu tun.

Die Einschränkung ist wohltuend; denn wenn ein Autor wie Peter Bichsel als modern im eigentlichen Sinn des Wortes genannt wird, so muss man, bei aller Wertschätzung für Bichsels knappen Ausdruck, doch auch an die Gefahr der Manier, der Mache denken und froh sein, dass es auch einen Thomas Mann gegeben hat, auch wenn bei ihm das Herkömmliche überwiegt.

Mit seinen Begriffen mustert Andreotti in der Folge die Literaturgeschichte, und gerade der Reichtum behandelter Texte macht den Wert seines Buches aus. Dankbar ist man auch für die Arbeitsvorschläge und Literaturempfehlungen und besonders für sein "Sachregister mit Begriffserläuterungen."

In der Schule wird man überlegen müssen, wie man die Schüler an die Begriffe und Sichtweise Andreottis heranführt. Wird das sachgerecht getan, haben die jungen Leserinnen und Leser etwas von dem gelernt, was auf einem Gymnasium gelernt werden muss. Man kann ja nicht einfach die Schüler "schön" finden lassen, was man selber "schön" findet oder aus Literatur biographische Kenntnisse über ihre Verfasser ableiten: Die Schülerinnen und Schüler müssen sich die Texte wirklich aneignen, indem sie ihren Bau verstehen und ihren Hintergrund. Dazu leitet Mario Andreotti an.

Stefan Stirnemann

Turicensia Latina. Lateinische Texte zur Geschichte Zürichs aus Altertum, Mittelalter und Neuzeit. Herausgegeben, übersetzt und kommentiert von einer Arbeitsgruppe des Mittellateinischen Seminars der Universität Zürich unter der Leitung von Peter Stotz und unter besonderer Mitwirkung von David Vitali. Verlag Neue Zürcher Zeitung 2003. 355 S., CHF 58.00

Der Herausgeber dieser Anthologie, Peter Stotz, Professor für Lateinische Sprache und Literatur des Mittelalters an der Universität Zürich, hat die Hoffnung, wohl sogar die Vision, dass das vorliegende Buch "eine ganze Reihe fortschreitender Aktivitäten" auslöst, Aktivitäten nämlich, die die Anwesenheit des Lateins in einem bestimmten Raum - sicher vor allem einmal in der Schweiz - über Jahrhunderte in seinen verschiedensten Erscheinungen dokumentiert. Dass solche Aktivitäten in Gang kommen, im Gang befindliche weitergeführt und schon Ausgeführtes neu zur Hand genommen wird, dazu bietet dieses Buch eine überaus motivierende Leistung. Bereits die Einleitung des Herausgebers ist eine Glanzleistung, da auf kleinem Raum in differenzierter und klarer Weise über Gründe des Lateingebrauchs in Zürich und die Vielfalt der Erscheinungen des Lateins in dieser Gegend, über den lateinischen Namen Zürichs und die vielfältigen Gebiete menschlicher Tätigkeit, über die uns lateinische Texte erhalten sind, informiert. In dieser Einleitung spiegelt sich in schönster Weise das reiche Wissen, das uns der Verfasser im Handbuch zur lateinischen Sprache des Mittelalters (bisher sind 4 Bände erschienen) zur Verfügung stellt.

Der Hauptteil besteht aus 41 Texten. Jeder Text wird von Mitgliedern der Arbeitsgruppe eingeleitet, im lateinischen Wortlaut und in deutscher Übersetzung vorgelegt und mit erläuternden Anmerkungen aufgeschlüsselt. Das älteste Zeugnis ist der 1747 auf dem Lindenhof aufgefundene römische Gedenkstein des L. Aelius Urbicus, der im 4. Jh. n.Chr. Vorsteher der statio Turicensis war, der in der Abkürzung TVRICEN den Namen der Stadt Turicum bezeugt, der letzte Text ist die Dankesadresse des Buchhändlers Ulrich Hoepli, die dieser 1901 an die Universität Zürich richtete, als er von ihr, der Repäsentantin seiner "humanissimi cives" (übersetzt als "überaus gebildete Landsleute"), die Ehrendoktorwürde erhielt. Dazwischen finden sich Texte verschiedenster literarischer Gattungen: kirchliche und weltliche Geschichtsquellen, liturgische Texte, Erzählungen, rechtliche Dokumente, panegyrische Reden, Vorreden zu wissenschaftlichen Werken, Dichtungen, Gesellschaftslieder, Anleitungen für Schüler zum lateinischen Sprechen, Inschriften, Reiseberichte u.a.m. Diese Vielfalt lässt sehen, wie breit der Arbeitskreis seine Forschungen angelegt hat und gibt einen hervorragenden Eindruck davon, dass Latein über die Jahrhunderte hin allgegenwärtig war. Die Auswahl kann uns Lehrerinnen und Lehrern viel bieten, da wir für alles dankbar sind, was uns hilft, die lateinische Sprache in unserer Umgebung zu verankern. Ebenso ist sehr zu hoffen, dass der vorliegende Band wirklich als "Flaggschiff" wirkt, wie Pater Stotz sagt, sodass von anderen in ähnlich kompetenter und beispielhafter Weise weiteres Material aus dem reichen Schatz der Latinitas Helvetica zugänglich gemacht wird. Dem unermüdlichen Steuermann dieses Flaggschiffes und seiner durch die Jahre "angewachsenen" Crew (die Crew ist ja das Resultat des crescere!) ist der Dank vieler Liebhaber des Lateins sicher.

Alois Kurmann

Jamblich: Perì toû Pythagoreíou bíou. Pythagoras, Legende - Lehre - Lebensgestaltung (eingeleitet, übersetzt und mit interpretierenden Essays versehen von Michael von Albrecht, John Dillon, Martin George, Michael Lurje, David S. du Toit; Reihe Sapere). Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt, 2002, 352 S., CHF 53.80, ISBN 3-534-14945-9

Der Band übernimmt M. von Albrechts Edition und Übersetzung der Vita Pythagorica (VP) aus dem Jahr 1963 mit leicht überarbeiteten Anmerkungen, in die auch die textkritischen Hinweise integriert wurden. Zudem wurden in den griechischen Text die Seitenzahlen der kritischen Ausgabe von Deubner / Klein (1937/1975) eingefügt. Vor dem Text und der Übersetzung findet der Leser Einführungen zu Jamblichs Leben und Werk von J. Dillon und zur VP von M. Lurje. Auf Text und Übersetzung folgen fünf Essays: I. Die Vita Pythagorica als Manifest der neuplatonischen Paideia (M. Lurje), II. Das Menschenbild in Jamblichs Darstellung der pythagoreischen Lebensform [M. von Albrecht, erstmals publiziert in Antike und Abendland 12 (1966) 51-63], III. Heilsbringer im Vergleich: Soteriologische Aspekte im Lukasevangelium und Jamblichs Vita Pythagorica (D. S. du Toit), IV. Die Vita Pythagorica - ein 'Evangelium'? (J. Dillon), V. Tugenden im Vergleich: Ihre soteriologische Funktion in Jamblichs Vita Pythagorica und in Athanasios' Vita Antonii (M. George). - Eine Analyse des Aufbaus der VP findet sich auf den S. 238-242.

Ich möchte hier besonders auf die beiden Essays von D. S. du Toit (S. 275-294) und J. Dillon (S. 295-301) hinweisen. Sie können zur Gestaltung einer Unterrichtseinheit Anstoss geben, in der einige Passagen der VP im Anschluss an die Lektüre von Passagen aus den Evangelien gelesen und besprochen werden. Du Toit vergleicht die VP und das Lukas-Evangelium in zwei Hinsichten, einmal hinsichtlich der Textsorte als Beispiele aus der biographischen Erzählgattung und dann in Bezug auf das zentrale Thema der Erlösung: VP und Lukas-Evangelium weichen von der typischen antiken Biographie ab, indem die Persönlichkeiten beider Werke nicht als moralische Exempel zur Nachahmung vor Augen gestellt werden. Pythagoras erscheint in der VP vielmehr als Vermittler der Philosophie und Lebensform, die zur Erlösung und Befreiung des Menschen vor dem Tod führen kann, und der auferstandene Jesus ist nach dem Lukas-Evangelium der endzeitliche Erlöser, der das ewige Leben zu schenken vermag. Die beiden Schriften repräsentieren zwei unterschiedliche soteriologische Modelle der Spätantike. Dillon sieht in der VP Jamblichs Antwort vor allem auf das Johannes-Evangelium. Damit würde "der Anspruch des Pythagoras unterstrichen, ein griechisch-heidnisches Gegengewicht zu - und, weil ja weit früher in der Zeit, sogar ein Vorbild für - Jesus zu sein." (S. 301).

Der Band ist ausgestattet mit einem Literaturverzeichnis, das erstens die Textausgaben, Übersetzungen und Kommentare der VP aufführt und zweitens die häufiger zitierte Literatur zur VP. Ein Stellenregister (in Auswahl) und ein Namen- und Sachregister beschliessen den Band.

Hansueli Flückiger
Binding Stiftung
Update: 14.9.2006
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